Oggi che giorno è? No, non importa (intanto avete esitato un secondo prima di focalizzare la risposta). Provate a pensare a cosa avete fatto ieri, dalla mattina alla sera. Vi saranno venuti in mente, e non subito, alcuni episodi, ma non la continuità della giornata. Ciò accade perché la mente umana è brava a costruire storie, ma non è fatta per gestire il tempo. E questo non lo dice quello che scrive i testi per il programma di sala di questi concerti, ma
un grande psicologo Premio Nobel per l’Economia. Anche in musica è più gratificante avere appigli d’ascolto, si sa che maggiore è la quantità di melodia o di episodi caratterizzanti più rapido sembra scorrere il tempo. In condizioni opposte, ecco che la mente entra in un labirinto temporale. Questo programma affronta proprio il rapporto fra tempo, suono e me moria in assenza di uno sviluppo narrativo. Per intenderci: la musica di Schubert, per esempio, racconta. La musica di Morton Feldman, no. La musica di Feldman isola i suoni, ne estirpa ogni legame consequenziale, li lascia vivere nel loro istante, ogni volta nuovi e immemori del precedente, in modo che non si percepisca un discorso in un tempo lineare. Per ascoltare questa musica occorre fare il contrario di quel che si fa con Schubert, e identificarsi ogni volta con il suono, quasi in modo mistico. È ciò che accade in For Aaron Copland, un pezzo brevissimo, cosa anomala per Feldman, così come è anomalo per Feldman che la successione di suoni minimamente variati sia basata su scale diatoniche, anziché per semitoni. Il nume ideale di Feldman era John Cage. Anche Cage non impone un tempo di ascolto, ma crea le condizioni perché si riveli. Feldman lo fa col silenzio, Cage con l’indeterminazione. Whiskus fonde il verbo whistling, fischiettare, con haikus: Eight Whiskus sono una riscrittura
per violino solo di otto haiku scritti da Cage per voce, nei quali le sillabe venivano associate alla scala di fa minore, mentre qui sono associate a vari modi di produrre il suono sul violino. Ne risulta una semplicità arcaica, prelogica, una musica concentratissima di piccoli eventi sonori ognuno con un peso enorme. Si capirà che musiche così richiedono altissimo magistero esecutivo, e non è un caso che gli altri brani in programma siano stati scritti per Irvine Arditti. Il quale a Zagabria ha dato in prima assoluta il 18 maggio scorso Heat of the Night di Dedić, un brano che unisce gesti dirompenti a episodi contemplativi, così come nel 1988 a Londra aveva eseguito per la prima volta Del cuarto elemento di Dillon, in cui cambi veloci di registro, multifonici, colori d’arco, rarefazioni rendono lo strumento una sorta di organismo plastico che crea un paesaggio instabile. Anche imagE/violin + imAge/violin di Reynolds gioca sull’opposizione: il dittico è costituito da un brano esplosivo ed estroverso, assertivo e contrastato, e da uno riflessivo, risonante, cangiante, lirico. Sono due volti dello stesso strumento, come del resto suggeriscono i due titoli che differiscono solo per una vocale. Il tempo che per Dillon è trasformazione e per Reynolds percezione, per Ferneyhough è conflitto. Intermedio alla ciaccona, uno dei capolavori del violinismo contemporaneo,
suggerisce nel titolo sia un’idea di passaggio (intermedio, intermezzo), sia di ripetizione (la ciaccona è procedimento barocco di reiterazione di un basso). L’ostinato della ciaccona diventa memoria, la memoria alimenta un flusso instabile che da accordi doppi all’inizio si frantuma in figure velocissime, glissandi, armonici, salti di registro, una materia mutante a cui il violinista deve dare una forma, un campo di densità energetico, una specie di edificio
impossibile. Un eccesso di informazione, una saturazione di percezioni che stanno agli antipodi di Feldman, che sottrae e dilata, e di Cage, che cerca di dare un senso a suoni nudi.